L’universo rampicante di TECHNOIR

Jennifer Villa+ Alexandro Phoenix = TECHNOIR

Attivi dal 2014 con base a Milano.

Il loro suono è una pozione afrodisiaca: una piuma della black music più raffinata, su una base di elettronica, pizzichi di neo soul, aroma R’n’B, che ardono sulla fiamma di un jazz verecondo e pulito, e un hip hop lontano dall’ostentazione modaiola. Il futuro è prossimo, i confini melliflui.

Il divagare di una contemporanea Alice in Wonderland in una caldissima Porta Venezia più esoticamente alberata, ci piace immaginarcelo così. NeMui (New Ecosystem Musically Improved) è il loro ultimo progetto in uscita per Cane Nero Records, composto da tre 3 EP che a Gennaio 2017 daranno vita all’album d’esordio.

Parliamo un po’ delle origini… Di dove siete? Come vi siete conosciuti? Come è nato il progetto?

AL. Siamo cresciuti a Genova che sai, è un posto piccolo. Si frequentano gli stessi locali e salette ma viviamo da un anno ormai a Milano, dal momento che abbiamo deciso di puntare tutto sulla musica…

J. Sì, Genova è stato il crocevia ma io sono metà ganese, metà nigeriana, mentre Ale è greco-pugliese.

AL. Abbiamo suonato insieme anche in altre band, una in particolare è ancora attiva, Audiograffiti. Technoir nasce da una virata spontanea verso l’elettronica.

J. La scelta di un duo è stata in primis una questione di bisogni perché, in quanto band che parte da Genova, è difficile trovare ingaggi che coprano i costi di tutto l’organico.

AL. Una necessità che si è trasformata in una vera e propria passione per i computer.

Perché avete optato per questa pubblicazione trifasica?

AL. Abbiamo intrapreso il percorso opposto rispetto alla discografia tradizionale, prima abbiamo pubblicato digitalmente, in tre fasi, il nostro album di debutto che uscirà a Gennaio 2017, composto dalle 9 tracce di NeMui (vol. 1, 2 e il 3 in uscita a Dicembre 2016) più tre inediti. Diciamo che quando la nostra etichetta, Wasabi produzioni, ora Cane Nero ci ha proposto questa modalità abbiamo accettato di buon grado.

Era da tempo che cercavamo un format di pubblicazione che si discostasse da quello standard. Per consolidare la distribuzione di un disco tradizionale l’iter promozionale deve essere potente, da artisti indipendenti non abbiamo alle spalle nessuna macchina propulsiva.

J. C’è anche una ragione di tempistiche dietro, in una quotidianità sempre più dinamica, il frazionamento dei pezzi permette un ascolto più attento.

Il vostro sito è molto forestoso, verde, ci sono le istruzioni su come crescere questa pianta grassa Lithops…

J. Volevamo capire come distribuire questo ep digitale durante le date, come portarlo in giro senza lasciarlo nell’etere. Siamo partiti dal presupposto che la nostra musica non è nè pura elettronica tantomeno puro jazz e soul, è un ibrido. Inoltre gli ep si intitolano New Ecosystem Musically Improved, abbiamo deciso di portare nel mondo reale un souvenir di questo universo con piante rampicanti, schermi e cavi che abita la nostra fantasia.

AL. Il Lithops stesso è un ibrido, una pianta grassa con le sembianze di pietra da cui cresce un unico fiore dopo molto tempo, come la nostra musica e la nostra filosofia, tra amore per la tecnologia e una forza ancestrale che ci guida.

Nella scatolina trasparente sono contenuti i semi del Nuovo Ecosistema che vorremmo iniziare a coltivare, insieme ad un direct link per scaricare i pezzi.

Nelle lyrics di Sides citate un’entita che trasporta anime, una luce strisciante nel mare…

AL. Il testo di Sides è nato da un’emergenza espressiva concreta, in quel periodo particolare, molti migranti stavano perdendo la vita in mare. Abbiamo sentito il bisogno di veicolare questo dolore, cercando di dare valore a delle vite che, esistono lontane e vicine, aldilà della percezione mediatica distorta.

J. Messaggi di questo tipo possono risultare un pò artificiosi e poco sentiti, per questo non si fa esplicitamente riferimento al tema nel testo, non definiamo questa forza traghettatrice. Per lo stessa ragione non è scritta in prima persona.

In Sides la prospettiva è quella di un’entità sottomarina. Essendo nati in una città di mare, ci capita spesso di osservare imbarcazioni che proiettano ombre e luci che sembrano strisciare sul mare, di notte.

AL. Quest’entità marina osserva le barche scorrere suo malgrado ed ignora il dolore o le motivazioni dei naviganti. Egli è lo spettatore della migrazione, che non è sempre disperata ma a volte è semplicemente un desiderio di cambiamento, di esplorazione.

J. È un brano delicato, a volte decidiamo di non suonarla live se il contesto non è adatto perchè ci sembrerebbe di tradire un certo significato legato anche alla nostra storia.

Anche in Survive mi è parso poteste riferirvi ad una sorta di divinità, un salvatore che parla da un buco stretto e con cui cercate un compromesso…

J + AL. Survive è uno sfogo, alla tracotanza sui social, verso le opinioni non richieste, i moralismi, le maschere. È un moto istintivo contro questo tipo di disordine quindi non hai sbagliato a vederci qualcosa di spirituale.

Se dovessi chiedervi di chiudere gli occhi e dipingere l’universo suggerito dal vostro sound…come sarebbe?di che colori?

AL. Di sicuro sarebbe un universo un pò psichedelico ma tecnologico, sci-fi.

Immaginati un universo in cui possono convivere Björk, Flying Lotus e Miles Davis, Miyazaki e i fumetti di Moebius insieme. Tra il cielo e la terra, con case volanti.

J. Paesaggisticamente vicino al film Aldilà dei sogni.

AL. Di base siamo anche molto appassionati di tecnologia, cerchiamo di farne un uso responsabile. Potenzialmente i computer potrebbero fare tutto, anche senza supporto umano. D’altrocanto questa semplificazione dei processi ha ampliato la produzione e le possibilità di esplorazione musicale. A costo zero, un ragazzino può iniziare a fare musica mentre in passato l’iter era più tortuoso, a partire dalla reperibilità di strumenti, contatti.Certo l’abbassamento dei costi di produzione sta radicalmente trasformando il mercato…

J. Mi piace l’idea di evocare un viaggio, è proprio questo il nostro scopo, aprire una porta che va aldilà dell’ascolto e si spalanca sull’immaginario individuale. Quello che ci immaginiamo è un universo ibrido, il muschio che ricopre cavi rampicanti, pulsanti e schermi in una foresta.

Di Giulia Solari.

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