Qualcosa può accadere: l’elettronica futuristica di Matteo Duccoli

Immaginate di essere rinchiusi in una prigione dove le sbarre si muovono in sincrono, suggerendo vie d’uscita che si chiudono in un istante. Una stanzetta claustrofobica ma di quiete è il luogo in cui questa esperienza ti catapulta, un’anticamera scura dove istinti sepolti parlano una lingua primitiva: diversa e uguale per tutti, il dialetto del turbamento.

Mi pare di poter individuare un filo conduttore che unisce questo tipo di performance: proiezioni e musica che nascono dal sudicio delle strade, astrazione di un tormento, di una bruttura che diventa trend ed estetica dominante. Cosa ne pensi?

Non sono d’accordo. Per quanto mi riguarda, non mi soffermo mai sulla soggettività non questionabile di “bello/brutto” ma cerco piuttosto di ragionare su elementi che possano essere funzionali a un determinato discorso. Sicuramente gli stimoli da cui prendo spunto riguardano vari aspetti dell’esperienza estetica quotidiana, dalle strade che attraversiamo alla tecnologia che utilizziamo, ma senza che questo tipo di esperienza venga filtrata dai pregiudizi che affligono questi contesti.

Parlaci un po’ della tua performance Audiovisual test #3. Dove ci vuoi portare?

Audiovisual test #3 è un tentativo di inserirsi nello scorrere del flusso spazio-temporale di un fruitore, in modo da creare un’esperienza che segni uno stacco tra il prima e il dopo di essa.

Uno dei motivi per cui mi sono avvicinato alla musica elettronica è il fascino che ha esercitato su di me il fatto che sia sempre stata libera dall’obbligo di rappresentare qualcosa, rivestendo un ruolo simile a quello dell’arte astratta.In questo modo la musica elettronica, dal rave alla disco, pone le condizioni, crea un ambiente per cui qualcosa possa accadere, più che raccontare qualcosa che è accaduto.

Da qui nasce la scelta di tracce audio che facciano esplicito riferimento alla techno.

Per quanto riguarda l’immagine, come dicevo prima, cerco di prendere spunto dall’esperienza estetica quotidiana, ovvero le architetture che attraversiamo, i mezzi che prendiamo, gli schermi che osserviamo, e quasi tutto ciò che è artificiale con cui ci interfacciamo.

Cerco sempre di non fare riferimento a qualcosa in particolare, e di lasciare semplicemente che le forme astratte evochino vagamente qualcosa di ormai irriconoscibile, per favorire l’aspetto effimero del “qui e ora” piuttosto che una narrazione.

A dire la verità, non so nemmeno io dove voglio portare il pubblico, attraverso la caratteristica performativa del mio lavoro decido di volta in volta quale direzione dare al suono e all’immagine, cercando di interpretare il feedback di chi assiste e in base al momento in generale.

Per i profani, qual’è la scena più vivace di ispirazione per questo genere di performance audio video?

A livello geografico credo che Germania e Inghilterra siano i paesi più vivaci per questo tipo di eventi, soprattutto perchè queste performance, nel mio caso, si collocano esteticamente in uno spazio di confine tra il clubbing, il rave, il concerto, e l’installazione che ammicca all’arte contemporanea, tutti ambiti molto vivi in quei paesi.

In tutta Europa, comunque, sempre più spesso si organizzano questi eventi in concomitanza con mostre d’arte contemporanea.

Un’altra “scena” è quella dei festival, anch’essi per lo più in Europa, che però è troppo spesso legata all’aspetto tecnico della realizzazione, alla spettacolarità cercata a tutti i costi, e non all’idea, nè al contenuto.

Se dovessi aggiungere una frase a ripetizione o a chiusura di un tuo brano, quale sarebbe?

Non ci avevo mai pensato e non credo che sia compatibile con il progetto, ma se proprio proprio dovessi, allora aggiungerei un messaggio come “ecnamrofrep al opod ereb ad imetirffo” che non vuol dire niente ma suona bene.


Giulia Solari

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